SOFT SKILL: molto più che abilità

Team work, leadership, problem solving, autonomia operativa, comunicazione, conseguimento di obiettivi e organizzazione, resilienza… La lista delle soft skill, in questi anni, si è andata allungando sempre più. In definitiva le possiamo descrivere come la capacità di gestire le relazioni e la comunicazione con se stessi, con gli altri, con eventi, situazioni e contesti, quotidiani, straordinari o problematici che siano.

Questo tipo di definizione ci rende già conto della prima fondamentale caratteristica delle soft skill: la loro acquisizione non avviene una volta per tutte, anzi vanno coltivate con regolarità perché sono in continua crescita, sviluppo, miglioramento. Se tralasciamo di esercitarle e di approfondirle, quella che ci era sembrata una “quota” più che sufficiente tende a ridursi sempre più, anche se non lo vogliamo o non ci sembra che sia così.

Infatti, per quanto vengano chiamate “skills”, non si tratta di abilità, come quelle di guidare un’auto, redigere un bilancio, utilizzare un software o cucinare un soufflé: le soft skill fanno capo a una mentalità, un modo di pensare e di organizzare il proprio pensiero e le proprie esperienze, ricevono le loro qualità profonde e peculiari da ciò che la persona è, dalle convinzioni e valori che ha, non tanto da ciò che sa fare. Quindi va sviluppata non semplicemente l’abilità bensì la mentalità. Una mentalità attenta a generare funzionalità invece che l’abilità, per esempio, di risolvere problemi, che comunque è utile, ma che da sola sarebbe disfunzionale perché accanto all’aumento delle soluzioni lascerebbe aumentare anche i problemi.

Questo ci porta alla seconda fondamentale caratteristica delle soft skill: queste contengono una parte tecnica, poiché posso servirmi di numerose tecniche che mi sosterranno nel comunicare, nel gestire relazioni e stati emotivi, nel formulare correttamente obiettivi per raggiungerli. Ma le abilità soffici non sono abilità tecniche, bensì competenze contemporaneamente personali e professionali che coinvolgono la mia identità, il mio senso di missione, ciò che per me è importante verso me e verso gli altri, le mie aspirazioni, il modo in cui sono in grado di organizzare e utilizzare le mie esperienze, pregresse, attuali e future. Tanto per fare qualche esempio. Quindi non possiamo trasformare le soft skill in abilità tecniche, nel momento in cui vogliamo apprenderle o proporle ad altri perché le apprendano. Ed ecco perché fioriscono tante offerte formative in merito, che propongono qualcosa che, nella migliore delle ipotesi, risulta di difficile applicazione, di parziale utilità, di risultato effimero o altalenante, quando non abbia addirittura il sapore di una prescrizione, anche se ammantata di esiti miracolosi, o di un trucco, anche se facile da usare e ben congegnato.

Per esempio, esercitare la leadership servendosi puramente di una serie di tecniche e di passaggi prescritti da uno schema, perché “si fa così, come ha detto/scritto il guru di turno (meglio se non italiano), in quanto ci darà incomparabili successi” ma senza un autentico impegno e coinvolgimento di noi stessi, ci “costringe” a mantenere comportamenti, scelte lessicali e argomentative, strutture mentali, micro-movimenti fisici che, da parte di chi ci osserva, saranno percepiti come incongruenti e poco convincenti.

Le soft skill richiedono congruenza!

Questo coinvolgimento rende possibile la terza fondamentale caratteristica delle soft skill: la capacità di cogliere segnali deboli. Tutti siamo capaci di prestare attenzione a un urlo, ma quando prestiamo attenzione a un sussurro? A poco ci serviranno autonomia organizzativa e capacità di lavorare in gruppo, se non siamo in grado di osservare quei micro segnali che stanno dando il via a un cambiamento, a un evento determinante in una persona, in un’azienda, nel mercato di riferimento…prima che il cambiamento sia già avvenuto e sia conclamato. Se resto chiuso nel mio mondo, nel mio solito modo di pensare, nei miei schemi abituali di scelta e di comportamento, come distinguo i segnali deboli dal normale rumore di fondo? E come mi attrezzo per raccoglierli, senza dare interpretazioni e giudizi a priori, che finiscono per azzerare il valore, la portata e il significato di queste informazioni? Poi è facile rimanere perennemente sorpresi, in ritardo e alla rincorsa, concludendo che è stato il mercato, l’evoluzione digitale, la concorrenza o…il vicino di casa il responsabile delle mie disfunzionalità.

Possiamo affermare con una certa facilità che le liberal arts governeranno il mondo digitale, che tutti gli studenti devono acquisire skill trasversali, che occorrono specialisti dalla mente aperta e competenze visionarie, che servano skill specialistiche, che hanno un ciclo breve di crescita e declino, e competenze personali come capacità relazionali, autonomia e orientamento a imparare da ogni esperienza, che invece si sviluppano nel lungo termine. Ma se non ci rendiamo conto che queste “abilità soft” hanno caratteristiche che richiedono modalità proprie per essere definite, apprese, misurate e implementate continueremo a scambiarle per abilità tecniche, solo appartenenti a un diverso settore, invece di considerarle per quello che sono: il valore che fa incontrare veramente le persone, che le mette in grado di gestire esperienze e situazioni, che offre alle aziende e alle organizzazioni una qualità irripetibile e non copiabile, chiave del successo aziendale.

 

 

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