LE COMPETENZE: la condizione fondamentale

Quale condizione per sviluppare una competenza

Tanto si parla di competenze, come definirle, come misurarle, come confrontarle, come implementarle…

Questa volta ci occorre fare un passo indietro!

Su cosa si fondano le competenze che possediamo e la nostra possibilità di acquisirle?

Esiste una condizione alla base dello sviluppo di una competenza che è il risultato di un rapporto molto speciale e specifico per ciascuno di noi e che prende avvio dalla divisione in due aree di tutto ciò con cui abbiamo a che fare e che va a costituire la nostra esperienza:

  1. Area di coinvolgimento

  1. Area di influenza

L’area di coinvolgimento della nostra esperienza riguarda tutto ciò che ci coinvolge, ma non dipende da noi; racchiude ciò su cui non possiamo esercitare un vero controllo. Che oggi piova, che il nostro capo/collega/vicino si sia alzato con la luna storta, che il TG annunci certe notizie sicuramente ci coinvolge, ma non dipende da noi. L’area di influenza della nostra esperienza riguarda invece ciò che dipende da noi, le scelte che compiamo, come ci relazioniamo con gli eventi e le persone della nostra vita. Prendere o no l’ombrello, rispondere o ignorare il nostro capo sono questioni che dipendono da noi.

Immaginate le due aree come due cerchi concentrici: quello interno descrive l’area di influenza, la corona circolare esterna descrive l’area di coinvolgimento.

Il rapporto tra le due aree

Tendenzialmente l’ampliamento dell’area di influenza a svantaggio di quella di coinvolgimento è il percorso che ciascuno di noi ha fatto fin da neonato, partendo dall’essere totalmente dipendente e acquisendo man mano consapevolezza delle proprie possibilità di azione e competenze. Concentrare gli sforzi sui fattori che possono essere trasformati dal nostro operato con energia proattiva allarga, ingrandisce e accresce la nostra sfera di influenza, riducendo nel contempo quella di coinvolgimento. Agiamo in prima persona, siamo artefici delle nostre esperienze. Ampliamo ciò che dipende da noi e ci attiviamo per realizzarlo.

Non per tutti però il rapporto tra queste due aree è uguale: alcuni focalizzano la propria attenzione e i propri sforzi sulla sfera di coinvolgimento, polarizzandosi sulla debolezza delle altre persone, sui problemi presentati dall’ambiente, su circostanze fuori dal proprio controllo. Il senso di frustrazione e di impotenza cresce e provoca una contrazione, una riduzione o un irrigidimento della sfera di influenza a favore di quella di coinvolgimento.

Queste persone si sentono sempre dipendenti da altri e da altro, attendono dall’esterno la soluzione dei problemi, non si attivano ma aspettano che siano gli altri a farlo. Sono molto più attente alle limitazioni e meno propense a cogliere le opportunità; non si sentono responsabili delle proprie esperienze e delle proprie scelte. Tutto capita e cade loro in testa per opera altrui. Naturalmente la suddivisione non è mai netta e comprenderne le sfumature è fondamentale. Attività formativa e sfera di influenza

  • Per chi ha sviluppato e coltiva la propria sfera di influenza, acquisire una nuova competenza sarà sempre relativamente facile; la motivazione a farlo si manterrà per tutto il tempo necessario e la nuova competenza verrà messa a frutto nella pratica quotidiana, professionale o personale che sia.



  • Per chi invece si focalizza maggiormente sulla sfera di coinvolgimento, aggiungere competenze a quelle possedute sarà un percorso irto di ostacoli, la motivazione si manterrà a livelli minimi se non addirittura insufficienti e non sarà mai il momento giusto per mettere in pratica.

La Formazione, le competenze e le due aree Il Formatore/Docente/Coach, mentre porta avanti azioni volte a sviluppare una o più competenze, deve necessariamente lavorare in contemporanea su questo rapporto. Nessuna competenza sarà sviluppata e posseduta pienamente da chi, intorno a sé, vede solo coinvolgimento, limiti e mancanza di possibilità ma nessuna -o poca- efficacia personale nel poter agire all’interno delle varie situazioni di lavoro o di vita. L’importanza di questa parte fondamentale del lavoro formativo, che deve avvenire assieme all’azione progettata, è demandato alla competenza, alla preparazione e alla sensibilità del Formatore e deve svilupparsi con una relazione diretta tra le persone. Il Formatore deve essere in grado di cogliere sfumature sottili e di intervenire in modo sistemico: le sole spiegazioni e le prescrizioni sono impensabili e non funzionano; lavorare sui comportamenti non basta, occorre arrivare a livello di convinzioni, valori e –spesso- di modello del mondo.

Non esiste un motivo valido per saltare questa parte della formazione, nemmeno in caso di “puro” addestramento, poiché è proprio questa parte che influenza pesantemente la qualità dei risultati, soprattutto a lungo termine.

Se in molti casi la formazione a distanza costituisce un valido mezzo e un utile supporto, non può certo coprire l’intro campo formativo, perché a distanza -per sofisticato che sia lo strumento informatico scelto- questa parte del lavoro non è realizzabile in quanto certe sfumature sono impossibili sia da manifestare, sia da cogliere.

Definire un’attività formativa come “esperienziale” diventa semplicemente un’etichetta, se si tralascia la crescita dell’area di influenza a scapito dell’area di coinvolgimento.

Ecco anche una delle origini della difficoltà a implementare gli apprendimenti…




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