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PER UNA COMUNICAZIONE GENTILE: da cosa cominciare

Sembra che gli scontri verbali debbano essere all’ordine del giorno, tra familiari, amici, vicini di

casa; in strada, a scuola, in TV, persino in politica. Se 70 anni fa un “perdindirindina!”

pronunciato a voce un alta e tono un po' stizzoso (non “arrabbiato”! Vietato usare

“arrabbiarsi”: la rabbia lasciala al cane, ci diceva la maestra) faceva già abbassare gli occhi agli

astanti, ora è stato dato il via libera a ogni forma di eloquio -e di turpiloquio- in ogni contesto.

Da ciò nascono due tipi di considerazioni: quella legata al linguaggio e alla sua evoluzione, che

esploreremo in altri articoli e quella legata alla presenza continua di diatribe, conflitti e

contrasti, che cominciamo a esplorare qui aiutandoci con il filo conduttore della Comunicazione,

che coinvolge e unisce entrambe le aree.














Quando comunichiamo mettiamo in campo una serie di tecniche, spesso senza rendercene

conto. E ci ispiriamo a dei modelli, principi, linee guida che abbiamo incontrato e assorbito in

anni di interazioni, relazioni e comunicazioni, anche in questo caso quasi mai in maniera

consapevole. Tutto ciò contribuisce a creare quello che potremmo definire il nostro stile

comunicativo, di cui andiamo fieri, oppure che vogliamo migliorare o cambiare.

Ma non basta. Dobbiamo aggiungere anche il modo in cui ci predisponiamo a comunicare,

quale obiettivo abbiamo in quella situazione, cosa ci importa particolarmente e di cosa siamo

convinti, che ruolo attribuiamo a noi stessi in questa comunicazione e che idea abbiamo circa il

modo in cui le cose stanno e devono -o dovrebbero- funzionare. In pratica qual è il nostro

“modello del mondo”.


Ma davvero funziona così in ogni comunicazione? Certo, davvero! Anche nel semplice

“buongiorno!” che diciamo ai nostri familiari, amici, colleghi, collaboratori iniziando una nuova

giornata. Anche nel “buongiorno!” che non diciamo, perché in quel momento non ne abbiamo

voglia o siamo concentrati su altro.

Il fatto è che tutto ciò che crea il nostro stile comunicativo e il nostro modello del mondo vale

anche per tutte le altre persone esattamente allo stesso modo, così ci troviamo a 8 miliardi di

risultati poco o tanto diversi, ottenuti tutti seguendo un medesimo processo.

Cosa ci fa credere che il nostro stile e le nostre scelte siano le migliori, le uniche giuste e

corrette e debbano essere vincenti?

In ogni situazione conflittuale si trovano schierati da un lato i nostri progetti, esperienze,

obiettivi, idee, valori e convinzioni e dall’altro quelli del nostro interlocutore. Accompagnati

entrambi da un coro di emozioni.


Possiamo scegliere una prima strada: buttarci a capofitto nei contenuti del contrasto lottando

per la vittoria (o la sconfitta?), con la ferma convinzione che siamo noi, e solo noi, ad avere

ragione. E che di ragione ce ne sia una sola, la nostra.

Possiamo scegliere una seconda strada: dare attenzione alle persone, alle intenzioni e alle

relazioni comunicative che intercorrono fra tutti coloro che sono coinvolti, gestendo le criticità e

trovando soluzioni mediate. Non dei compromessi dei quali nessuno è realmente contento e

che verranno disattesi quanto prima possibile, ma un vero incontro di intenzioni e di

comprensione, tali da consentire a ciascuno di ottenere ciò che vuole e anche di più, perché i

risultati saranno collettivi e condivisi. Umanità e non potere.

Abbiamo anche una terza opzione: imparare a riconoscere e a gestire tutti questi aspetti -

nostri e altrui-, uscendo dai loop e dagli schemi preconfezionati, creando uno scenario ricco;

così le relazioni saranno piane e i conflitti …ma dove sono finiti che non ne trovo quasi più?...

E qui entra in gioco la comunicazione generosa e gentile, che può essere messa in atto solo da

persone generose e gentili. Collaborative e sociali, non individuali e vincitrici.


Per cominciare, possiamo mettere in pratica almeno qualcuno di questi punti:

1. VIRTUALE È REALE: Dico e scrivo in rete solo cose che ho il coraggio di dire in faccia di

persona

2. SI È CIÒ CHE SI COMUNICA: le parole che scelgo raccontano la persona che sono, mi

rappresentano

3. LE PAROLE DANNO FORMA AL PENSIERO: rifletto con cura per esprimere ciò che penso;

distinguo una descrizione da un’interpretazione

4. PRIMA DI PARLARE BISOGNA ASCOLTARE: La questione non è aver ragione ma

ascoltare con attenzione e apertura.

5. LE PAROLE SONO UN PONTE: Scelgo le parole per comprendere, farmi capire,

avvicinarmi agli altri, avvicinare gli altri a me, scambiare reciprocamente.

6. LE PAROLE HANNO CONSEGUENZE: ogni mia parola può avere conseguenze, piccole o

grandi. Occorre pensarci prima, perché la parola non è un’arma, non esce a caso dalla mente,

dalla bocca, dal pc, dal tocco sullo smartphone, dalla penna.

7. CONDIVIDERE È UNA RESPONSABILITÀ: Condivido discorsi, testi e immagini solo dopo

averli letti, valutati, compresi. Condividere pettegolezzi è dannoso, divisivo e distruttivo, non

un divertimento innocente.

8. GLI INSULTI NON SONO ARGOMENTI: rifiuto insulti e aggressività nei discorsi o come

sostituti dei discorsi, nemmeno se sostengono la mia idea. Libertà di esprimersi è diverso da

offendere o da annullare i contributi altrui o da essere noi gli unici depositari del segreto del

mondo.

9. LE IDEEE SI POSSONO DISCUTERE, LE PERSONE SI DEVONO RISPETTARE: non

trasformo chi sostiene opinioni che non condivido in un nemico da annientare.

10. CHIEDIAMOCI SEMPRE: In che modo, con la mia comunicazione, sto contribuendo a

costruire la situazione così com’è?

E poi…ANCHE IL SILENZIO COMUNICA: se in questo momento la scelta più opportuna è

tacere, taccio!


Ileana Moretti e Vincenzo Palma

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