Per una formazione che forma

Tanto e spesso si parla di formazione, per ogni categoria di lavoratori: nelle aziende produttive, commerciali e di servizi, nelle professioni d’aiuto, a scuola, nel settore pubblico e nelle istituzioni.

Parla di formazione chi la chiede, che la sperimenta e chi la offre. Qualcuno ne parla bene, altri la descrivono come poco efficace o superata.

Ma a cosa ci riferiamo, parlando di formazione?

 

Prima di tutto quelle che ci vengono espresse sono opinioni (positive o negative che siano) derivanti da specifiche esperienze, validissime come opinioni ma da non confondere con informazioni e dati effettivi e da non generalizzare in giudizi complessivi.

E poi, in che modo e quando possiamo chiamare “formazione” un corso di tre incontri da 4 ore ciascuno, più uno di follow up, dal quale il committente si aspetta miracolosi cambiamenti nel comportamento dei collaboratori purché tutto il resto si mantenga uguale e lui non debba mettersi in gioco? O il passaggio stupefacente di trenta slides in un’ora per mostrare schemi che i partecipanti dovranno poi applicare per conto loro, sentendosi inadeguati se non ci riescono?

 

O l’aggiornamento sull’impiego di un nuovo software, che poi  impariamo per disperazione grazie alla pratica di una collega o all’aiuto di un disponibile figlio adolescente nativo digitale? O qualche ora di conferenza tenuta da un famoso luminare, che alla fine presenta un libro che solo un quarto dei presenti acquisterà e solo un decimo di questo quarto leggerà per intero, mediterà e sperimenterà? O qualche esercizio on line che tramite password chiunque può svolgere, che aiuterà a completare la collezione degli obbligatori punti-formazione? O uno scarno e burocratizzato bilancio delle competenze, come parte di un percorso di reinserimento che il candidato ritiene dovuto e per questo non necessitante della sua partecipazione attiva?

 

La formazione richiede altri tempi, differenti attività concrete, inquadramenti teorici, uno spazio di riflessione, un significativo impegno attivo personale e spirito di investimento: si tratta di una preparazione sottostante, non è spendibile tout court come un prodotto specifico a uso di uno specifico contesto, neppure quando si conclude con un titolo ufficiale e riconosciuto.

 

La formazione è un continuo processo di trasformazione del comportamento tramite il continuo coinvolgimento della persona nella sua complessità e totalità: esperienza, modi di pensare, stili di vita e di pensiero, propensioni per il futuro e valori importanti, relazioni con le altre persone e con gli eventi grandi e piccoli che la realtà ci offre. Non può accontentarsi di un processo tramite il quale accumulare solo informazioni. E poi: raccolte come, accumulate con quali strumenti e volte a servirsene per cosa? Non si tratta infatti di aggiungere qualche conoscenza in più, ma di arricchire il modo di pensare, scegliere, interagire e imparare: “cosa ottengo di importante per me?”.

 

Richiede capacità di sciogliere schemi precostituiti e di saperli ricreare di volta in volta. Come Einstein sottolinea, non possiamo risolvere un problema rimanendo all’interno della stessa logica che l’ha generato. Affermazione molto nota ma poco meditata e praticata.

È difficile che una logica “povera” e strumentale possa cercare il “nuovo” in base a risultati attesi e codificati, a schemi rigidamente precostituiti che la complessità degli scenari sta rendendo sempre più ardui da prevedere e conseguire.

 

Non possiamo cambiare gli eventi ma possiamo costruirci le risorse per gestirli: è qui che entra in gioco la formazione, quella che ci sostiene nel processo di costruzione delle risorse, materiali, emotive, valoriali, di capacità e abilità, legate alle rappresentazioni e agli scenari, di conoscenza, aperte a creare e ricreare schemi, a connettere e riconnettere modelli di pensiero e di azione.

La stabilità della conservazione a tutti i costi e l’effimero del cambiare tutto per non cambiare nulla sono due poli estremi del tutto inefficaci.

Occorre che le persone imparino a gestire processi trasversali, altrimenti anche le specifiche aree (economia, medicina, tecnica, informatica, fisica, chimica, politica e tutte le altre) restando isolate perderanno le loro capacità di sviluppo, la loro forza e il senso dell’assetto/significato delle relazioni e funzioni che svolgono reciprocamente.

 

Le persone hanno un’esperienza preziosa, che non appartiene a nessuna di queste aree, ma della quale tutte queste aree hanno drammaticamente bisogno se vogliono gestire gli effetti delle proprie azioni, ridiscutendo le loro premesse costitutive: le persone/lavoratori vivono contemporaneamente in tutte queste aree specializzate e possono/devono immaginare, comunicare, gestire progetti trasversali che attraversano le specializzazioni, le contaminano e le rendono capaci di crescere. Molte competenze sono uscite usurate dalla crisi e devono riformulare la propria natura e funzione, abbandonando modelli meccanicistici di predisposti e prevedibili catene lineari di “causa-effetto”, che escludono la molteplicità e la complessità, la circolarità dei sistemi e il pensiero a lungo termine che si fa carico delle conseguenze e delle retroazioni.

 

Solo a questo punto cominciano davvero le competenze, lo sviluppo e la soddisfazione di cui la formazione si occupa.

Se questi sono i criteri ispiratori, si apre poi la scelta delle modalità (corso, coaching, counceling, conferenza, lezione, laboratorio, forum di confronto, fad e altro), dei riferimenti teorici e metodologici e di tutti quegli apparati e quei processi che costruiscono una formazione degna di questo nome. Una formazione che forma.

 

Per quanto riguarda gli addetti ai lavori, troppo spesso la formazione viene pensata come un lavoro di ufficio unito a un lavoro d’aula e questo modo di descriverla appartiene spesso anche a chi ne usufruisce in modo diretto o come committente.

Nell’ambito della “formazione” possiamo comprendere molte attività differenti (contatti con aziende, persone e realtà interessate a usufruire di interventi formativi, rilievo dei bisogni, raccolta di documentazioni, stesura di progetti, organizzazione delle azioni, monitoraggi e verifiche, rendicontazioni, attività di aggiornamento e formazione degli addetti e tutto questo come minimo).

 

Queste attività sono sostenute in genere da differenti professionalità, che sono o che dovrebbero essere collegate e tutte convergenti verso un unico fine: arricchire di risorse un professionista e la persona che quel professionista è.

Ciò che non converge verso questo risultato finale non è formazione, indipendentemente dal nome con cui vuole definirsi. Ecco anche perché la formazione è spesso soggetta a mode (rinnovarsi e accogliere il nuovo è indispensabile, ma seguire una moda è questione differente) ed è troppo spesso considerata con poca stima e poca importanza.

 

Il formatore deve essere in grado di interagire coi clienti, di comprendere non tanto cosa vogliono, bensì cosa effettivamente stanno chiedendo e di cosa hanno bisogno, attività che non si possono soltanto stipare dentro un modulo predisposto o sveltire con un copiaeincolla.

Il formatore deve essere preciso nella raccolta del materiale e della documentazione: sembra un’affermazione scontata e banale, ma quante volte viene praticata con l’intento di alleggerire il proprio lavoro invece che con quello di facilitare il cliente, in una logica di servizio?

 

Il formatore deve stendere i progetti seguendo un piano e obiettivi correttamente definiti, conoscendo tutto il processo nelle sue componenti; se è richiesto un finanziamento, il progetto deve seguire parametri che lo rendano accetto e finanziabile, ma questo non deve sacrificare la qualità della formazione. Il finanziamento è un mezzo per un fine, non il raggiungimento di una quota tranquillizzante.

Il formatore deve anche essere in grado di capire quale tipo di intervento sia più opportuno e favorirlo, senza abbarbicarsi a una forma specifica solo perché è più conveniente o congeniale.

 

Il formatore deve essere in grado di gestire l’aula e la relazione interpersonale: non “eroga” né “trasferisce” qualcosa, ma crea condizioni in cui lui e i suoi clienti/corsisti/cochee costruiscono qualcosa assieme compartecipando e collaborando, una base di “ristrutturazione” del proprio consueto modo di pensare e di operare. E questo vale anche per la formazione su argomenti tecnici.

 

Non sono le informazioni o i concetti a fare la differenza, ma la capacità di sceglierli e di utilizzarli: ecco che entra in scena la persona. Persino nell’addestrare all’uso di un tornio occorre fare i conti con l’apprendista, i suoi modi di pensare, i suoi atteggiamenti, le sue esperienze pregresse senza limitarsi all’ovvio di istruzioni e prove: non con l’intento di tenerlo nella bambagia, ma con quello di formarlo e farlo progredire. Sono questi aspetti che lo rendono aperto a imparare o refrattario a ogni proposta. In caso di scarso risultato possiamo tranquillamente dare la colpa ad altri o ad altro, insomma a fattori esterni.

 

Ma noi dove siamo?

 

Il formatore deve considerare strumenti di monitoraggio e valutazione: spesso occorrono modalità che vanno oltre il dato numerico di fatturato, quantità di lavoro svolto, numero di ore impegnate e così via. Monitoraggio e valutazione sono elementi complessi e come tali vanno considerati, se li vogliamo utili ed efficaci.

 

Molti professionisti della formazione sono molto ben preparati tramite un percorso universitario, specializzazioni e Master: in aula però sono concentrati sul contenuto e sulla loro presentazione; nelle sedi e negli uffici sono concentrati sulle procedure e sulle relazioni interne con colleghi e collaboratori per una maggiore valorizzazione, garanzia e qualità del proprio posto di lavoro.

 

Legittimo, ma… e la formazione?

 

Abbiamo ripetutamente usato il termine “deve” perché gli elementi che abbiamo considerato sono quelli minimi e necessari per una formazione che forma.

 

E per essere tale deve essere sistemica.

 

Il sistema è costituito da un insieme di elementi (nel nostro caso persone, processi, progetti, informazioni e azioni legate alla formazione) in interrelazione tra loro all’interno di un confine.

Pensare, scegliere, progettare, formare con una modalità di pensiero sistemico significa tenere conto di tutte queste interrelazioni e della loro complessità.

 

Quindi per esempio non solo il mio punto di vista, ma anche quello dei clienti, dei corsisti, dell’azienda; non una descrizione scarna e meccanica della situazione attuale, ma uno scenario ricco e proiettato anche nel futuro; non una separazione tra progettisti da una parte e docenti dall’altra, o tra docenti e partecipanti.

 

L’intero processo formativo è sempre tenuto in essere da tutti, poiché ciascuno di questi tutti, con i propri individuali contributi, partecipa a costruire il processo e il risultato complessivi, così come si realizzano e come ce li ritroviamo a fine lavoro.

 

La strada della formazione che forma è davanti a noi: non basta fare un viaggio virtuale e confortevole su mappe disegnate da altri e già pronte all’uso; per scoprire qualcosa di nuovo e ottenere effettivi risultati occorre imbarcarsi e partire, immergendosi nel viaggio in prima persona.

Facile o difficile, vi auguriamo un gran bel viaggio.

 

 

 

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